mercoledì 27 luglio 2011

Alla moda di Marco

E' arrivata l'ora dei saluti, si parte.


Dice: "L'importante non è dove si arriva, l'importante è viaggiare".
Si, sta cippa.
E' un anno che viaggio, ma alla fin fine sempre qui sono, o forse un filino più indietro di dove credevo di essere.
Ho viaggiato per strade, dubbi, entusiasmi, delusioni, incontrando genti diverse, fratelli che credevo a me del tutto estranei ed estranei che avevo erroneamente sperato fratelli.
Ho incontrato persone dalla pelle scura, dalle fedi più disparate, gente al mio stesso libro paga che si illudeva d'essere artefice del proprio destino e lavoratori che non potevano più alzare la testa avendolo fatto una volta di troppo nel posto sbagliato (ammesso e non concesso che ci sia un posto giusto, lo dico per esperienza).
Ho incontrato persone venute dall'altra parte del mondo che avevano vissuto la mia stessa storia di lutti e genti che stavano a un'ora di macchina da me che  della mia storia di lutti se ne infischiano altamente, ho trovato in persone ben più giovani di me il rispetto e la solidarietà che non ho visto in persone più mature del sottoscritto che non perdono occasione per spiegarmi quali sono i Valori e come sarebbero stati essi stessi fra i protagonisti della loro costruzione.
Ogni qualvolta credevo di essere a un punto d'arrivo ero al punto di partenza, ogni qualvolta speravo di potermi godere un pò di riposo mi toccava correre più forte di prima, ogni qualvolta mi illudevo d'aver dominato la bestia, quella ruggiva più forte.
Ora si stacca la spina, ci si mette chilometri dietro di sè per restare soli, per andare dove non si è capiti per niente o si è compresi totalmente, per non trovarmi ogni santo giorno davanti agli occhi oggetti, persone, libri, problemi, strade e abitudini che mi ricordano la guerra quotidiana alla quale sarebbe contronatura per me sottrarmi.
Ora si parte: il dove si arriva, purchè non sia qui, è la cosa più importante, sperando che il viaggio sia il meno faticoso e lungo possibile.


Il quartiere non è il massimo, vie larghe e palazzoni
qui non abita nessuno di famoso.
niente attori, nè politici, stilisti nè modelle
musicisti si ma solo quelli poveri.
Qui ho tutti i miei amici ma non c'è un cazzo di niente
tranne il bar di Mimmo e il take away cinese.
E se sei cresciuto qui e se hai ventidue anni
cominci ad avere voglia di cambiare.

Così Pablo ha rimediato un furgone arrugginito
e Aziz è riuscito a farlo andare
con un pò di soldi in tasca per la birra e la benzina
da domani ci prendiamo una vacanza. A's tulàm de d'ché!

Zen, Secondigliano, Pilastro, Quarticciolo
non c'è niente da perdere, nous sommes le Clan Banlieue.

Ce ne andremo a curiosare per le strade dell'Europa
con le multe non pagate sul cruscotto.
Pablo cerca di convincerci a tornare a Barcellona
per noi due l'importante è che si schiodi.
Scriveremo cartoline agli amici del quartiere
che si sciolgono nel caldo dell'estate.
Li ritroveremo un giorno e brinderemo al nostro incontro
ai vecchi tempi e alle nostre nuove vite.

E da tutte le provincie, d'oriente e d'occidente
dai sobborghi soffocati dalla noia
uno sciame di furgoni malconci e colorati
investirà le grandi capitali. On se taille d'icì!

Guildford, Castrovillari, Sassuolo, La Villette
non c'è niente da perdere, nous sommes le Clan Banlieue.

Erlangen, Manzolino, Isernia, Lisdonvarna, Liege, Valladolid
non c'è niente da perdere.
Voghera, Codigoro, Zandvoort, Montecavolo,
East Kilbridge, Rieti, Arcore. Nous sommes le Clan Banlieue.

Modena City Ramblers - Clan Banlieue ( La grande famiglia - 1996)

martedì 26 luglio 2011

Questo è un genio

Ieri terremoto in Piemonte, immediatamente la Stampa on line lancia il solito forum idiota come tutti i giornali on line amano fare per coinvolgere potenziali lettori e fare così contatti.



Forum: Raccontateci come avete vissuto i momenti della scossa di terremoto.
ANONIMO TORINESE:
"ero al cesso e mi sono sporcato di merda. Per fortuna avevo una copia del vostro giornale per pulirmi."
Questo è un genio.
E, aggiungo, ha fatto bene.

domenica 24 luglio 2011

Al funerale di Genova 2001

Ho aspettato per rispetto, correttezza, disciplina o quel che ne volete, anche se l'odore del cadavere era ormai insopportabile e anch'io, lo ammetto, in quest'ultima settimana mi son girato dall'altra parte per non doverlo testimoniare ma ieri, sabato 23 luglio 2011, visto che si è celebrato il tanto atteso corteo-funerale in quel di Genova, finalmente posso dirlo: la Storia di 10 anni fa è morta.


Non è morta nel cinismo di chi, negli anni che seguirono, l'aveva già lasciata indietro come fosse una tappa come tante altre, non è morta a causa della mitopoiesi che l'aveva alimentata negli anni immediatamente successivi e che l'aveva poi resa inaccessibile da chi non l'aveva vissuta, non è morta nemmeno a causa del tanto fango gettatole addosso.
Genova 2001 nasce prima di quel luglio, Genova 2001 vedeva incontrarsi nei mesi precedenti rappresentanti di associazioni cattoliche, di lavoratori, comuniste, anarchiche, ambientaliste e persone comuni che volevano fare qualcosa assieme per cambiare il corso delle cose che gli anni '90 avevano impresso, per farvi un esempio: mi ricordo d'aver provato a partecipare ad una riunione della rete Lilliput (che fine ha fatto? E, soprattutto, che cazzo c'entravo io con la rete Lilliput? Ma in fondo in fondo era questa la forza di Genova 2001, cosa che a Genova 2011 manco col binocolo...) a Milano nel maggio (o era giugno?) di quell'anno ed essere rimasto fuori dal teatro dove si teneva con centinaia d'altre persone perchè il teatro stesso era stracolmo ed ero arrivato con "solo" un'ora di anticipo sull'apertura dei lavori.
Genova 2001 subisce, al di là delle scaramucce mediatiche ad uso e consumo della propria notorietà dei Casarini di turno nei mesi precedenti, dalla repressione fisica e poi massmediatica  un colpo praticamente mortale: si doveva costruire un altro mondo possibile, finimmo a parlare tutti di (dis)ordine pubblico.
Genova 2001, vitale e presente in tutto il Paese fino all'inizio di luglio 2001, dopo quel colpo diventa un malato terminale che per restare in vita ha bisogno di una medicina e una sola: la Memoria collettiva.
Non solo memoria sacrosanta e doverosa delle violenze ingiustificabili di uno Stato repressivo e fascista, ma anche memoria di ciò che ci portò lì, di ciò che interessava una moltitudine di persone: se la prima ancora oggi (con il corteo di ieri e il 20 luglio di ogni anno) è stata tutto sommato fatta, e sottolineo il "tutto sommato", la seconda è andata a farsi benedire, soprattutto come modo di viverla, cooperando, marciando uniti.
Nelle lodevoli intenzioni degli organizzatori delle celebrazioni di questo decennale lungo un mese (30 giorni!) c'era la voglia di ripartire da quello spirito, prendendo esempio dalle lotte come quella dei referendum per l'acqua (primo errore, in quel caso ogni associazione, comitato o rappresentanza ha marciato per i cavoli suoi, l'unico punto d'incontro da tutti condiviso è stato in cabina elettorale quando il 54% degli italiani ha votato SI, altrochè cooperare e marciare uniti, tanto che il giorno dei risultati era una gara per mettere il cappello sulla vittoria), alla prova dei fatti hanno dovuto constatare che, al di là degli ultimi tre giorni dove era garantita la visibilità massmediatica, tutti si sono fatti allegramente i cazzi loro dimostrando di non crederci per un cazzo allo spirito di Genova 2001, a partire dai cittadini genovesi per primi.
10.000 come dice la questura di Genova? Poco più di 10.000 come diceva l'Ansa alla partenza del corteo? Quindicimila come scrive l'Unità? 30.000 come diceva Bernocchi intorno alle 17.30 di sabato pomeriggio? 50.000 come dicono gli organizzatori al termine del corteo in una piazza Caricamento affollata?
Chi sono questi 10, nessuno, 50mila cosiddetti "testimoni di Genova"? 
I disobba (nelle varie definizioni dal 2001 a oggi: centri sociali del nordest, Autonomi padani, Indiani padani, Tribù ribelli del nordest, Tute bianche in movimento, Disobbedienti, New global, Zapatisti, Invisibili, Senza volto, Resistenti, Pirati di global beach, Uniti contro la crisi, Uniti verso l'alternativa ecc., un nome all'anno diciamo, così, giusto per non annoiarsi mai...) con il solito Casarini, che si ritrovano negli ultimi tre giorni (su 30!!!!) al Porto Antico e mettono il naso fuori solo per farsi vedere in corteo? 
I Vendola che si posizionano dietro al primo striscione utile e non sproloquiano per una volta di compagni e amici?
I Ferrero che esistono solo in giornate come questa e poi ancora?
Gli Agnoletto (esiste ancora!) che ancora due settimane fa credeva talmente nello spirito di questo mese genovese, che il sabato era dalle mie parti a presentare la sua ultima "fatica letteraria" casualmente in uscita in occasione del decennale (come ha fatto d'altronde il sopraccitato Casarini)?
La CGIL (ma c'era?) che non fu presente nel 2001, fra i promotori sin dall'inizio e che s'è ben guardata di farsi vedere con i propri rappresentanti prima dell'ultima settimana?
I genitori di Carlo che, proprio nel corteo, sembravano aver voluto prendere le distanze da chiunque altro marciando davanti a tutti e soprattutto al comitato organizzatore della loro stessa città mano nella mano con la Bartesaghi del Comitato Verità e Giustizia e al giornalista aggredito alla Diaz Guadagnucci?
Devo andare avanti? Il funerale di mio nonno fu logicamente molto meno partecipato, ma gli zombie, i parassiti e le contraddizioni viste ieri furono molto ma molto presenti.

Di Genova 2001 resta Carlo e il ricordo delle nostre (nostre?) belle speranze, tutto il resto e soprattutto questa Genova, quella del 2011, per quel che mi riguarda è meglio dimenticarlo il prima possibile.

lunedì 18 luglio 2011

Dove eravate?

Già, ora che siete pronti a sfilare in favore di telecamera, ora che avete un paio di giorni per ricordare ciò che eravate e che avete dimenticato per anni, sempre a rincorrere qualcosa di più importante della propria Storia, ora che vi è stato dato uno spazio, un trafiletto su giornale, la possibilità di rilasciare una dichiarazione e di poter affermare "dieci anni dopo IO ci sono ancora" a beneficio del vostro ego e della vostra coscienza, vi chiedo: dove eravate?


Dove eravate voi della CGIL nel 2001 quando il 21 luglio andammo al massacro, dove eravate, dopo la passerella del 2002 di Cofferati la mattina del 20 in piazza Alimonda, negli anni successivi: dove eravate?
Dove eravate voi moltitudine che tornaste in 100.000 a Genova nel 2002 nel corteo che attraversando piazza De Ferraris urlava "GENOVA LIBERA!" e che nel 2003 si era già ridotto a 15/20.000 unità marciando verso il porto Antico?
Dove eravate voi tute bianche, poi disobbedienti, poi del nord-est, poi contro la crisi e infine verso una presunta alternativa negli ultimi sette/otto anni, il futuro che stavate alacremente costruendo non vi permetteva una giornata di Memoria?
Dove eravate voi associazioni libere, ma libere veramente, quando si faceva Memoria chiedendo a chi partecipava  un pomeriggio di un giorno feriale?
Dove eravate voi paladini, o per meglio dire autoproclamatisi tali, dei lavoratori quando al munizioniere ci fu "Al lavoro, Genova chiama!" e da lì si marciò spontaneamente sino in piazza Alimonda?
Dove eravate, voi che dite di non dimenticare mai, quando una mattina di uno dei nove 20 luglio che ho fatto dal 2002 in qua, vagavo solitario per il Buridda in mezzo a una mostra che sembrava essere stata allestita per me e pochi altri?
Dove eravate quando piazza Alimonda vide scomparire prima i bigliettini, poi le pezze, poi i fiori dalla cancellata e un anno le macchine iniziarono a sfrecciare vicino a chi ricordava un ragazzo morto, perchè tanto le poche presenze non richiedevano più la chiusura totale della piazza stessa?
Dove eravate, dove cazzo eravate?
So dove sarete quest'anno, il 20 luglio vi guarderò con un filo di commiserazione, niente risentimento da parte mia sia ben chiaro, certe cose o si hanno dentro o non si hanno.
So dove non sarò il 23 luglio, perchè quella Genova, benanche fra i manifestanti tornassero molti di quelli che marciarono intorno a me sotto il lancio di lacrimogeni in un caldissimo sabato di dieci anni fa in lungomare Italia, non sarà più la mia Genova del 2001.

sabato 16 luglio 2011

Se il vento urla contro, io urlo contro il vento

Mi sentirei di correggere solo una parola a questo splendido pezzo che descrive tutta la rabbia che ho dentro in questo momento, benchè io ami Roma, il mio titolo ideale sarebbe Gente Meticcia.
Gente di ogni dove, dalla Vetta d' Italia sino a Lampedusa, c'è un pezzo d'Italia che è incazzato nero e che non ne può più, non ne può veramente più.


Guardate che quelli come me, e la vostra fortuna è che in mezzo a tantissimi parolai siamo ancora pochi, iniziano ad averne i coglioni stracolmi: è il caso che iniziate a stare in campana...

Se il vento urla contro
io urlo contro il vento
e cambierà lo sento
che sorpresa che spavento

bussiamo al parlamento
con una rabbia dentro
messa in bella mostra
e adesso roma è nostra

e come batte il cuore per via del corso in piena
nel fumo delle fiamme si è spezzata una catena

poi via in periferia nel gelo mani intirizzite
ma quanto è bella roma
e allora adesso voi che dite

io la amo ho nove vite ho una banda planetaria con rom romeni siamo dentro un ex concessionaria
italiani peruviani eritrei e marocchini
abbiamo casa dolce casa qui
come cambiano i destini

siamo in occupazione
occhiate di avversione
verso verso la ps i cc accorsi col plotone

prima di sgomberarci sgombratevi il cervello
noi siamo la comunità toglietevi il cappello


lo so, lo sai la rabbia monta a ondate
si incendiano le strade
ora basta cazzate
anche le stelle questa notte restano aggrappate
non vogliono cadere, vogliono vedere

fratelli miei lo so, lo so la rabbia monta a ondate la gente soffre per le strade ora basta cazzate

anche le stelle questa notte restano aggrappate
non vogliono cadere
vogliono vedere

roma meticcia(x4)

meticcia claro que sì

c'è un miliardo qui di stelle
ora facciamo i conti
siamo belli matti
come un branco di migliaia di bisonti
ora tutti pronti
senti che racconti
dal canalone al babbuino ai volsci a via due ponti

toglie il respiro qui
ora cogliamo i frutti
la città è avvelenata
ma non ci ha mai distrutti

quando scappano tutti
noi mettiamo la ciccia

ora accendo la miccia di una roma meticcia

io metto la faccia e questo cuore sembra di un marziano
questa banda mette i brividi
e mi fa artigiano

con queste mani costruiamo nuovi spazi vitali
vengo dai medi dalle sedi dei centri sociali
capaci di piangere ancora grandi emozioni abbiamo dei sogni
senza troppe illusioni

coraggio siamo artisti
coraggio agli attivisti
sempre in guerra
contro i razzisti porci post fascisti

lo so lo sai
si incendiano le strade
ora basta cazzate

anche le stelle questa notte restano aggrappate
non vogliono cadere
vogliono vedere

fratelli miei lo so lo so la rabbia monta a ondate
la gente soffre per le strade ora basta cazzate

anche le stelle questa notte restano aggrappate
non vogliono cadere
vogliono vedere

roma meticcia(x4)

meticcia claro que sì 


Assalti Frontali - Roma Meticcia (Profondo Rosso - 2011)

giovedì 14 luglio 2011

Schiacciati anche dalla legge i tre operai di Melfi che Marchionne aveva deciso di eliminare.

Melfi - Il giudice del lavoro, Amerigo Palma, ha accolto il ricorso presentato dalla Fiat contro il reintegro di tre operai (due dei quali delegati Fiom) dello stabilimento di Melfi (Potenza). Nell'estate del 2010, Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli erano stati licenziati. L'azienda li aveva accusati di aver sabotato la produzione durante uno sciopero interno. Erano poi stati reintegrati dal giudice del lavoro. 

Ve l'avevo detto solo ieri: Barozzino, Lamorte e Pignatelli erano un simbolo, un simbolo che faceva paura a Marchionne e a tutti quelli che, come lui, aspirano ad un modello per me eticamente inaccettabile di rapporto (parola grossa, un rapporto si costruisce fra due o più parti, non da soli d'imperio) di lavoro.
Ora il Tribunale di Melfi accetta il ricorso della Fiat e nega il reintegro dei tre lavoratori, alla notizia della sentenza, all'esterno del Tribunale, alcuni lavoratori della Fiom sono scoppiati in lacrime e voi, voi che siete davanti al computer a leggere di questo schifo, non provate un misto di rabbia, impotenza e disgusto?
Io non accetto il "modello" Fiat di Marchionne e lo urlo: MI FATE SCHIFO!
Fatelo anche voi, con i vostri gesti, i vostri scritti, le vostre azioni di ogni giorno: mai una macchina Fiat, mai con il modello Marchionne, sempre al fianco dei lavoratori!

mercoledì 13 luglio 2011

Compiti delle vacanze: leggere il libro che teme Marchionne!

Una premessa.
E' due giorni, sapendo che oggi ci sarebbe stata la presentazione ufficiale, che volevo parlare di questo libro, ma a tuttora è impossibile trovare un'immagine della copertina in tutto il web, nonostante ieri facesse bella mostra di sè sulle pagine di Repubblica: che pensare?

 

Che "Ci volevano con la terza media", scritto da Giovanni Barozzino (l'operaio di Melfi che ha sconfitto Marchionne costringendo la Fiat a riassumerlo dopo un licenziamento ritenuto illegittimo dalla Giustizia italiana, salvo il fatto che dalla riassunzione non gli viene permesso di essere operaio in mezzo agli altri operai) ed edito da Editori Riuniti, a lorsignori mette paura, eccome se mette paura.
Giovanni Barozzino ha deciso di raccontare la vita in fabbrica, la sua fabbrica: Melfi, Basilicata, sud Italia, la fabbrica più produttiva d' Europa.
La storia di Barozzino inizia nel 1995 cone visite mediche "a dir poco imbarazzanti", con "infiniti colloqui con dottori, psicologi, ingegneri, ortopedici, oculisti", per fare l' operaio di linea.
Scrive Barozzino: "La Sata cercava carne fresca, giovani e inesperti da inserire nel suo laboratorio. Ci volevano così. Giovani e ignoranti. Ci volevano con la terza media". 
Prima il contratto di formazione e lavoro, poi l' assunzione a tempo indeterminato, tutti sotto i 32 anni d'età. 
"Durante il contratto di formazione - ho vergogna anche soloa ricordarlo - ho messo la mia dignità sotto i piedi pur di conservare il posto di lavoro. Ho lavorato finanche con la febbre. Quelle condizioni erano disumane. E infatti in tanti non ce l' hanno fatta».
E ancora: «Durante la "doppia battuta" notturna (dodici notte consecutive, ndr ), mangiavo a malapena una volta al giorno. Avevo sonno quando dovevo lavorare e facevo il sonnambulo quando dovevo dormire. Mal di testa e dolori dappertutto». 
Una vita di merda fatta di umiliazioni, vessazioni e disumanità varie descritte accuratamente nel libro: una vita nella fabbrica del '2000.
Fino ad arrivarci sotto alla merda, con il licenziamento di un anno fa, accusato insieme ad altri due suoi compagni di lavoro (sindacalizzati, che caso!)di "sabotaggio".
Questo è il modello che vogliono imporci, quello che è scritto in questo libro è quello che non vogliono che noi leggiamo: dimostriamo loro leggendo e facendo passaparola che siamo tutti Barozzino, alla facciazza loro!

martedì 12 luglio 2011

Marina, sei incazzata per la sentenza Cir? Sapessi quanto lo sono io...

Milano - Ma l'arrabbiatura no, quella non è passata» risponde il presidente del Gruppo Mondadori. «Quello che è successo troppo grave» rincara all'uscita dopo due ore di festa Marina che, in base alla propria quota azionaria nella holding di famiglia, dovrà sborsare, sul totale del risarcimento, circa 43 milioni di euro.

Sapessi quanto gira il cazzo a me Marina, che ho preso una multa da 39 euro per aver parcheggiato fuori dalle strisce.
E pensa che manco posso comprarmi un giudice per ribaltare la contravvenzione e godere delle strisce ed arricchirmi con le stesse per i prossimi 20 anni...

lunedì 11 luglio 2011

Di fritto misto alla piemontese, zanzare e altre sciocchezze

Afa, buona musica, visite turistiche, bei libri, zanzare (tante zanzare), gamberoni autosguscianti, volontarie culturali gentilissime, dehors da effetto serra, colline verdi, fritto misto alla piemontese, scalini (175!), maniglie retrò, bambini che s'innamorano come il padre follemente della stessa donna, suore piscione, balli sotto (e sopra) il palco, voucher, agnolotti, sigarette, talebbani, ray-ban, donne che vogliono sempre aver ragione e mariti incompresi, insulti (vari, assortiti e sin di prima mattina), sinagoghe, cellulari che suonano, figlie che si sentono trascurate, scarpe consumate, carta igienica razionata, cavalli di bronzo e non solo, puzzle, turche con fuori i corazzieri a presidiare, film piratati e tanto, tanto altro.


Questo è quello che, insieme a due splendidi amici accidentalmente romani, ha dovuto subire il Russino nel fine settimana trascorso: ora chiamate pure il telefono azzurro, ne avete ben donde.
E di nuovo tante scuse a chi, certe giornate, non se le regala  più spesso e non sa quanto gli amici siano fondamentali.

domenica 10 luglio 2011

Oh cazzo: m'hanno beccato!

Corruzione? Razzismo? Povertà? Indifferenza? Egoismo? Naa, ecco qual'è il principale problema che attanaglia la comunità perduta delle pecorelle italiche (e non solo).


Possibile che questi riescono sempre a superare i berluschini in fatto di comicità?
Col culo che mi ritrovo, dopo essermi visto aumentare la pressione fiscale da sto governo che si accanisce contro chi le tasse non le evade, stai a vedere che domattina mi trovo un esorcista sulla porta così m'imparo a scrivere certe cose sulla chiesa...

venerdì 8 luglio 2011

Comunanza, comunanza

Dopo una settimana posso dire di avere imparato la lezione: non militanza senza se e senza ma, ma comunità d'intenti, da "militanza, militanza" di morettiana memoria a comunanza, comunanza,  come si è visto stasera contro la Tav a Torino.


No Tav Bene comune’ è lo striscione che aperto la fiaccolata di 20.000 persone almeno, mentre Lamela era a Trigoria due romani di nostra conoscenza erano nella capoluogo piemontese: due pericolosi black block giunti da fuori?
No, due fratelli che quando è ora ci sono, eccome se ci sono.
Comunanza, comunanza...

venerdì 1 luglio 2011

Solo alla meta

Domani si parte.
Si era preparato tutto nei minimi (o quasi) particolari, i compagni di viaggio erano ben definiti da mesi, tranne alcune piccole sfumature e alcuni dettagli logistici (tuttora alquanto ambigui) sembrava tutto a posto.


Invece.
Invece perdi un pezzo.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
Infine l'ultimo, quello che (scioccamente?) davi per scontato, che era il tuo punto di riferimento in questo cammino, quello che ti aveva tirato dentro e che ti aveva coinvolto con i suoi alti e i suoi bassi da un anno a questa parte.
Così va la vita.
O forse no.
Ti dai ventiquattrore di tempo per iniziare a pensarci sopra, per giudicare il tutto con più distacco.
Inizi a essere stufo di  comprendere, giustificare, alla fin fine subire.
Ti dici che è più forte di te, comunque questo cammino lo intraprenderesti di nuovo.
O forse (di nuovo?) no.
Perchè se i rapporti umani, veri, sino in fondo, restano solo sul web o al telefono, verremo anche da lontano come spesso amiamo dire, ma mica ci resta tanta strada da fare insieme se a mancare è la componente umana, quella più importante di mille idee...