
Lo scampolo di primavera che sembrava aver definitivamente scacciato via un inverno lungo e nevoso, ora sembra farmi le pernacchie e, mentre cammino per queste strade deserte, una pioggerellina aggredisce senza tregua il mio eskimo e la mia coppola, ultimi baluardi verso la stessa.
Vi chiedo: quant'è che non vi capita di camminare alle 5 di mattina d'un giorno festivo invernale?
Le strade sono deserte, i panettieri ed i turnisti per una volta tanto dormono sotto le loro coperte, i pendolari vivono un giorno normale e non devono alzarsi in piena notte per poter attaccare in qualche ufficio a 70 chilometri di distanza alle 8.00, di pullman manco a parlarne e gli edicolanti rispetto a vent'anni fa sembrano essersi belli che imborghesiti: col cavolo che calano il piede dal letto alla domenica a quest'ora!
Ma i pensieri, molto più incasinati di queste riflessioni sociologiche da quattro soldi, che mi hanno spinto a vagabondare in questa notte fra il sabato e la domenica restano, l'essere uscito di casa è stato soltanto un tentativo di fuga da quella serra di depressione che si trasforma il letto quando la nostra testa inizia a girare a mille.
E ti chiedi dove sono gli amici, quelli ai quali basterebbe iniziare a vuotare il sacco e con una parola ti aprirebbero un mondo, dove sono le grandi passioni, gli ideali, le lotte che spesso non sono inizio e strumento, bensì fine ultimo per sopravvivere alle piccole miserie quotidiane, piccole miserie che riescono però a destabilizzarti completamente, al punto di toglierti il sonno, quando non l'appetito e la voglia di alzarti alla mattina.
Certe sigarette durano un'eternità, certe altre, come questa notte, sono troppo corte e spenta una ti tocca subito accenderne un'altra: pensi e fumi, fumi e pensi, più pensi più fumi....
Ci vorrebbe una passeggiata a Genova chiacchierando del più e del meno con una amica speciale, un giro per mare con una coppia unica, un viaggio in treno con chi ti ha saputo ascoltare, un abbraccio forte da chi non rivelandotelo ti ha saputo amare, invece quello che ti circonda sono automobili dormienti, muri umidi e pieni di scritte idiote e malfatte, puzza di piscio di cani e il tutto è illuminanto dall'insopportabile luce artificiale delle lampadine dei lampioni che sembrano aver fatto il loro dovere già oltre il dovuto.
Poi scorgi un bar, speri in un pò di calore umano e appena entrato trovi un sonnolento barista che ti serve un "delizioso" primo caffè della giornata partorito dalla macchina (per dire, una ciofeca che manco all'estero...) e ad un tavolino un muratore dell'est che carbura fin dall'alba con un tonificante montenegro, ma tant'è...
Allora, orfano delle risposte che stupidamente speravi di trovare nel tuo vagabondare notturno, decidi di incamminarti verso casa alla ricerca del "secondo sonno", quello che ti permetterà d'affrontare la giornata se non riposato quantomeno un filo meno incomato, sperando che quel dormire sporco lavi via come d'incanto tutte le scorie ed i problemi che la notte ti ha ribadito.
Ma in cuor tuo sai che così non è, gli ossimori son cosa da linguisti d'altronde, e quasi quasi non fa più paura il timore di non addormentarsi, quanto semmai la certezza di risvegliarsi...
come un mascalzane, per le strade di Roma.
Vedo passare persone e cani e pretoriani con la sirena.
E mi va l'anima in pena, mi viene voglia di menare le mani,
mi viene voglia di cambiarmi il cognome.
Cammino da sempre sopra i pezzi di vetro,
e non ho mai capito come, ma dimmi dov'è la tua mano,
dimmi dov'è il tuo cuore?
Povero me! Povero me! Povero me!
Non ho nemmeno un amico qualunque per bere un caffè.
Povero me! Povero me! Povero me!
Guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è.
Povero me! Povero me! Povero me!
Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me.
Povero me, povero me, povero me,
guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è,
guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è.
Cammino come un dissidente, come un deragliato,
come un disertore, senza nemmneno un cappello
o un ombrello da aprire, ho il cervello in manette.
Dico cose già dette e vedo cose già viste,
i simpatici mi stanno antipatici, i comici mi rendono triste.
Mi fa paura il silenzio ma non sopporto il rumore,
dove sarà la tua mano, dolce,
dove sarà il tuo amore?
Povero me! Povero me! Povero me!
Non ho nemmeno un amico qualunque per bere un caffè.
Povero me! Povero me! Povero me!
Guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è.
Povero me! Povero me! Povero me!
Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me.
Povero me, povero me, povero me,
guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è,
guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è ...








