"Anche sulla terra si puo fare naufragio
A volte sto bene , a volte male ma coraggio
Questo è niente a volte si entra e non si esce
Stai qui con i tuoi:l’erba , la carbonella e il pesce
Ti sbattono in galera che sei un anima bella
Diventi un corpo inanimato in cella
Ricordo Aldo Bianzino era un falegname
Nel suo casolare a chi faceva del male (a chi?)
Come lui qui c’è gente non è che t’accompagni
Questa è gente che io voglio come compagni
Con una forza dentro contro ogni potere
Qualcosa che nemmeno immaginavo di avere"
A volte sto bene , a volte male ma coraggio
Questo è niente a volte si entra e non si esce
Stai qui con i tuoi:l’erba , la carbonella e il pesce
Ti sbattono in galera che sei un anima bella
Diventi un corpo inanimato in cella
Ricordo Aldo Bianzino era un falegname
Nel suo casolare a chi faceva del male (a chi?)
Come lui qui c’è gente non è che t’accompagni
Questa è gente che io voglio come compagni
Con una forza dentro contro ogni potere
Qualcosa che nemmeno immaginavo di avere"
Sono bellissime le parole sopra riportate tratte dalla canzone Mappe della libertà degli Assalti Frontali, Aldo Bianzino è stato arrestato il 12 ottobre 2007 e condotto nel carcere Capanne di Perugia, la mattina del 14 è stato trovato morto nella cella in cui era stato rinchiuso. E' passato un anno dalla morte "misteriosa" di Aldo.
Ho trovato questo pezzo di un signore che scrive decisamente meglio del sottoscritto ed ho deciso di raccontarvi, tramite questo scritto tratto da Carmilla, di un paio di mesi fà, l'assurda storia di un falegname ucciso.
Ho trovato questo pezzo di un signore che scrive decisamente meglio del sottoscritto ed ho deciso di raccontarvi, tramite questo scritto tratto da Carmilla, di un paio di mesi fà, l'assurda storia di un falegname ucciso.
Aldo Bianzino, ucciso
di Valerio Evangelisti
Ogni giorno si apprendono storie tremende, e tante di esse hanno a che fare con “forze dell’ordine” che, certe di un’impunità ormai pluridecennale, si permettono ogni tipo di crudeltà su persone indifese. Del resto è di questi giorni la sentenza per le torture nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 del 2001. Per una volta il tribunale ha riconosciuto le colpe di una quindicina di agenti accusati (e questo è, in un certo senso, un piccolo passo avanti), ma nessuno di essi sconterà la pena. Nel frattempo sono rimasti in servizio e hanno fatto carriera. Sotto i governi di centrosinistra come sotto quelli di centrodestra.
Non voglio generalizzare. Esiste un manipolo di poliziotti (ho il piacere di conoscerne alcuni) e anche di carabinieri spaventati dai progressi che il fascismo, inteso come ideologia della sopraffazione su chi non si può difendere, fa tra i loro colleghi, specialmente se in posti di comando. La piaga che sta avvelenando la società italiana si manifesta anche in quell’ambiente, è ovvio. Con la differenza che parliamo di persone autorizzate a portare armi, e a usarle.
Di Aldo Bianzino si è parlato meno di Federico Aldrovandi e più di Riccardo Rasman, ma la scala dell’infamia è identica. Bianzino era un falegname di 44 anni che abitava in una frazione di Città di Castello, in Umbria. Un uomo pacifico, un po’ solitario, che si era convertito a filosofie orientali. Sostanzialmente apolitico. Viveva in un casolare di campagna. Si guardi la foto: non somiglia affatto all’immagine di un boss della droga. E’ invece quella di una persona tranquilla, gioviale, residente in un borgo minuscolo tra le colline, dedito al proprio mestiere.
Il 12 ottobre 2007, un venerdì, la squadra mobile fa irruzione nel suo campo. Scopre un centinaio di piantine di canapa indiana. Arresta lui e la sua compagna. Lo rinchiude in un carcere di Perugia. Fino a quel momento Bianzino sta bene. Deve restare in isolamento fino al lunedì, quando è previsto un incontro con il giudice titolare dell’inchiesta.
E’ tutto, grosso modo, legale. Bianzino parla di uso personale dell’hashish da lui coltivato, la polizia contesta la versione. Personalmente, non è un dettaglio che mi importi troppo. Se le sostanze suddette sono un problema –io non lo avverto come tale, anzi, sono decisamente antiproibizionista – di certo Bianzino non aveva un’organizzazione industriale alle spalle, né contatti con la malavita. In casa gli trovano 30 euro in tutto. Di sicuro c’è una cosa sola: se è reato consumare droghe leggere (e mai reato mi fu tanto indifferente), né la legge italiana, anche sotto l’attuale governo di destra estrema, né alcun’altra legislazione del mondo civilizzato prevedono per esso la pena di morte.
Invece, domenica 14 ottobre, Aldo Bianzino è trovato cadavere nella sua cella. La prima versione ufficiale, ridicola, parla di infarto. L’autopsia scopre ben altro: costole rotte, fegato e milza spappolati, ben quattro ematomi cerebrali. Cos’hanno fatto a Bianzino, nella notte infernale tra sabato e domenica?
Parte la disinformazione. Le autorità non sanno nemmeno dire, inizialmente, se in cella Bianzino fosse solo o in compagnia (l’ultima eventualità è caduta: si trovava in isolamento, pare ormai certo). Negano le percosse aggrappandosi a una scusa penosa: l’assenza di ematomi superficiali. Chiunque sia al corrente di quanto avvenuto nelle carceri e nelle questure italiane negli anni Settanta e Ottanta, e oltre, conosce la verità. E’ possibile picchiare qualcuno senza lasciare tracce visibili, con tubi di gomma e altri sistemi. Se i familiari di Bianzino non avessero chiesto l’autopsia, e se questa non fosse stata affidata a un medico coscienzioso, la tesi dell’infarto sarebbe passata tranquillamente. Rientra nelle quattro tipologie principali – infarto, suicidio, arresto cardiaco, aneurisma cerebrale – usate per disinformare su chi si trova nelle mani della legge e viene ammazzato.
Cosa può avere fatto Bianzino, la notte del 13 ottobre 2007, per essere picchiato a morte, con colpi ripetuti in tutto il corpo e soprattutto sul cranio? Aveva dato in escandescenze? Si era ribellato? Aveva fatto troppo rumore? Dubito che lo sapremo tanto facilmente e tanto presto.
La foto di Aldo contiene già in sé una prima risposta. La si guardi con attenzione. Quel modesto falegname di soli 44 anni, di poche parole, legato alla sua compagna Roberta, mite anche se reattivo alle ingiustizie, adepto di filosofie pacifiste, per alcuni era un nemico. Racconta il padre che sorrideva sempre.
I suoi assassini, tra un’emergenza sulla sicurezza e l’altra, tra frotte di nemici pericolosi inventati a tavolino, sono gente che non sorride mai.
Di Aldo Bianzino si è parlato meno di Federico Aldrovandi e più di Riccardo Rasman, ma la scala dell’infamia è identica. Bianzino era un falegname di 44 anni che abitava in una frazione di Città di Castello, in Umbria. Un uomo pacifico, un po’ solitario, che si era convertito a filosofie orientali. Sostanzialmente apolitico. Viveva in un casolare di campagna. Si guardi la foto: non somiglia affatto all’immagine di un boss della droga. E’ invece quella di una persona tranquilla, gioviale, residente in un borgo minuscolo tra le colline, dedito al proprio mestiere.
Il 12 ottobre 2007, un venerdì, la squadra mobile fa irruzione nel suo campo. Scopre un centinaio di piantine di canapa indiana. Arresta lui e la sua compagna. Lo rinchiude in un carcere di Perugia. Fino a quel momento Bianzino sta bene. Deve restare in isolamento fino al lunedì, quando è previsto un incontro con il giudice titolare dell’inchiesta.
E’ tutto, grosso modo, legale. Bianzino parla di uso personale dell’hashish da lui coltivato, la polizia contesta la versione. Personalmente, non è un dettaglio che mi importi troppo. Se le sostanze suddette sono un problema –io non lo avverto come tale, anzi, sono decisamente antiproibizionista – di certo Bianzino non aveva un’organizzazione industriale alle spalle, né contatti con la malavita. In casa gli trovano 30 euro in tutto. Di sicuro c’è una cosa sola: se è reato consumare droghe leggere (e mai reato mi fu tanto indifferente), né la legge italiana, anche sotto l’attuale governo di destra estrema, né alcun’altra legislazione del mondo civilizzato prevedono per esso la pena di morte.
Invece, domenica 14 ottobre, Aldo Bianzino è trovato cadavere nella sua cella. La prima versione ufficiale, ridicola, parla di infarto. L’autopsia scopre ben altro: costole rotte, fegato e milza spappolati, ben quattro ematomi cerebrali. Cos’hanno fatto a Bianzino, nella notte infernale tra sabato e domenica?
Parte la disinformazione. Le autorità non sanno nemmeno dire, inizialmente, se in cella Bianzino fosse solo o in compagnia (l’ultima eventualità è caduta: si trovava in isolamento, pare ormai certo). Negano le percosse aggrappandosi a una scusa penosa: l’assenza di ematomi superficiali. Chiunque sia al corrente di quanto avvenuto nelle carceri e nelle questure italiane negli anni Settanta e Ottanta, e oltre, conosce la verità. E’ possibile picchiare qualcuno senza lasciare tracce visibili, con tubi di gomma e altri sistemi. Se i familiari di Bianzino non avessero chiesto l’autopsia, e se questa non fosse stata affidata a un medico coscienzioso, la tesi dell’infarto sarebbe passata tranquillamente. Rientra nelle quattro tipologie principali – infarto, suicidio, arresto cardiaco, aneurisma cerebrale – usate per disinformare su chi si trova nelle mani della legge e viene ammazzato.
Cosa può avere fatto Bianzino, la notte del 13 ottobre 2007, per essere picchiato a morte, con colpi ripetuti in tutto il corpo e soprattutto sul cranio? Aveva dato in escandescenze? Si era ribellato? Aveva fatto troppo rumore? Dubito che lo sapremo tanto facilmente e tanto presto.
La foto di Aldo contiene già in sé una prima risposta. La si guardi con attenzione. Quel modesto falegname di soli 44 anni, di poche parole, legato alla sua compagna Roberta, mite anche se reattivo alle ingiustizie, adepto di filosofie pacifiste, per alcuni era un nemico. Racconta il padre che sorrideva sempre.
I suoi assassini, tra un’emergenza sulla sicurezza e l’altra, tra frotte di nemici pericolosi inventati a tavolino, sono gente che non sorride mai.
Martedi 14 ottobre 2008 ore 11, presso la sala della Vaccara a Perugia:
Conferenza Stampa dei familiari di Bianzino e del Comitato "Verità per
Aldo".
Venerdi 17 ottobre ore 10, via XIV settembre (Palazzina ex enel):
presidio e volantinaggio presso il tribunale dove si trova l'aula del gup,
in cui si svolgerà la prima udienza di opposizione all'archiviazione.
Sabato 18 ottobre presso il Centro Sociale ExMattatoio:
concerto benefit ore 22
Perchè di carcere non si può morire! Perchè in carcere
per qualche pianta d'erba non si deve finire!
Comitato verità per Aldo
http://veritaperaldo.noblogs.org

15 commenti:
Ciao. Ho linkato questo post da me.
Per dovizia di particolari e impegno nel raccontare.
Un abbraccio.
"Negano le percosse aggrappandosi a una scusa penosa: l’assenza di ematomi superficiali. Chiunque sia al corrente di quanto avvenuto nelle carceri e nelle questure italiane negli anni Settanta e Ottanta, e oltre, conosce la verità. E’ possibile picchiare qualcuno senza lasciare tracce visibili, con tubi di gomma e altri sistemi?". Leggendo questo paragrafo m'è venuto in mente lo "strano suicidio" di Gaetano Bresci, l'anarchico che uccise Umberto I°. In quel caso i carcerieri di Bresci parlarono di suicidio, mentre girava voce tra gli ergastolani di una pena particolare che si infliggeva ad alcuni detenuti. I secondini coprivano o facevano coprire con tante coperte il corpo della vittima da punire e poi lo bastonavano fino, appunto, a farlo morire. Tale pena, atroce e inumana e che non lasciava tracce sul corpo del disgraziato, veniva chiamava il "santantonio".
Il problema della violenza impunita da parte delle forze di polizia, è una vergogna per uno stato democratico.
Purtroppo è una costante che prescinde dal colore politico del governo in carica.
Fa specie la miopia dei colleghi degli assassini che per spirito di corpo coprono gli omicidi, non capendo che così facendo oltre a rendersi complici vanificano il sacrificio di altri colleghi che muoiono in servizio per compiere il loro dovere.
Siamo indietro anche su questi temi.
Abbiamo superato il punto di non ritorno. Questo stato mafioso e omertoso ha legittimato da troppo tempo le ingiustizie per credere che prima o poi si otterra' giustizia
Grazie per il post.
Troppe ingiustizie in Italia. Veramente troppe.
non sapevo nemmeno chi fosse
confesso che non sapevo nulla della sua vicenda.
io ne avevo parlato qua:
http://selvaggia-mente.blogspot.com/2008/06/aldo-bianzino-ucciso-in-un-carcere.html
Bravo russo che sei sempre aggiornatissimo su tutto!
Avevo letto di questa storia quando era appena accaduta. Non so, ma nell'articolo che ricordo ancora molto bene, si avanzava l'ipotesi che addirittura fossero state usate tecniche speciali per non far vedere nulla all'esterno del corpo.
Resta una morte assurda e terribile.
Io mi ricordo come diede la notizia il telegiornale regionale... Rimasi subito perplessa... Che cavolo... potrebbe succedere a ciascuno di noi perchè Bianzino era uno di noi!
Queste sono le persone da eliminare perche ritenute pericolose in questo Stato di VERGOGNA.
hO trovato questo articolo fatto dal mio carissimo amico Checchino
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Checchino Antonini
Fonte: Liberazione, 11 marzo 2008
11 marzo 2008
«Dimmelo Aldo, dimmi chi è stato. E lui me l'ha detto». Roberta se l'è sognato pure stanotte. Aldo, il suo compagno, morto in una prigione di Perugia qualche ora dopo averne varcato la soglia. Lo ha sognato senza le cicatrici dell'autopsia, bello come quando se n'era innamorata. Ormai sono cinque mesi che le uniche sue notizie le arrivano in sogno. E ogni volta quella domanda: «Aldo, chi è stato?». Già, chi è stato a ridurlo così col fegato distaccato, che presentava un taglio netto di tre centimetri, e delle lesioni al cervello, tanto che il medico che lo vede subito dopo crederà di riconoscere la tecnica micidiale di chi sa colpire senza lasciare segni? Roba da specialisti. «L'hanno sbattuto come una bambolina», ricorda di aver sentito Roberta.
Roberta Radici, marcato accento romano. Capelli neri e occhi blu come una sua antenata armena. Cinquantaquattro anni vissuti tra Fiuggi, dove suo padre dirigeva le Terme, Napoli dell'Orientale dove ha studiato lingue e culture dell'Est, persiano soprattutto, fino a stopparsi a una manciata di esami dalla laurea. E poi l'Umbria dove ha incontrato Aldo. Aldo Bianzino che c'era arrivato dal Piemonte, via India, credendo che l'India fosse anche tra i boschi e le colline di Pietralunga, appennino umbro-marchigiano, dove suonava il corno rituale di Babaji, yogi immortale che vive sull'Himalaya, maestro illuminato. Il mantra dice "Om namah shivaya", "mi inchino al signore Shiva". Il messaggio è telegrafico "Verità, Semplicità, Amore".
Già, Shiva. Roberta ha visto Aldo per la prima volta nel 1988, durante una cerimonia del fuoco da qualche parte sul lago Trasimeno. C'era un mucchio di gente ma a lei restò impresso quel ragazzo alto, magro, barba e occhialini. «Sembrava non toccasse terra quando camminava». Fu una notte di canti e balli, armonium e cembali e lodi a Shiva, il dio dei luoghi impervi, che ti coglie tra veglia e sonno, nei lampi degli starnuti, il dio delle persone strane, che ti sorprende nella notte, colui che costruisce l'arco e lo tende. Il dio distruttore, «che distrugge la malattia e la menzogna», dice Roberta che prima di quella notte sul Trasimeno era stata in Persia. Ancora non c'erano gli ayatollah e ha potuto visitare i templi zoroastriani e le torri del silenzio in mezzo al deserto. Qualcuno la invitò alla cerimonia poiché sapeva che Roberta era in grado di recitare i mantra in sanscrito, la litania lunga di Sri Rudram. Rudra è uno dei nomi di Shiva. Rudra è il figlio di Roberta e Aldo. Quattordici anni, scende ogni mattina con l'Apecar dalla sua collina fino a Pietralunga per prendere la corriera che lo porta allo scientifico di Umbertide. Rudra che restò solo con la nonna di 91 anni quel 12 ottobre dell'anno scorso quando arrivarono le guardie in borghese e il finanziere col cane. Il capo teneva appesa al collo la coccarda di riconoscimento. Erano le sette e mezza. Sapevano sarebbe stata una cosa lunga. Si capiva dal fatto che s'erano portati i panini per la colazione. Col piede di porco sollevarono perfino le assi di legno del pavimento. Insospettiti da un mucchietto di sassi, profanarono con vanga e piccone la tomba di un cagnolino ucciso dal morso di una vipera.
Da casa e dalla strada le piante non si vedevano neanche. Però i segugi della questura le trovarono. Una quarantina di piante, dice Roberta, compresi gli zeppi inutili delle piante maschio che si stavano fracicando in un fossato. Il verbale recita: "Piante di hashish", come dire "alberi di marmellata". Era l'erba che ad Aldo doveva durare un anno, fino al prossimo raccolto. Come la conserva di pomodoro che si fa una volta l'anno. Era "canapone", nome in gergo della cannabis sativa, meno pregiata, e con meno principio attivo, dell'indica, la canapa indiana vera e propria. Ma per la Fini-Giovanardi è reato e scattano le manette per Aldo e Roberta. Parecchi legali giurano che il pm che ha firmato il mandato sia un vero duro, negli interrogatori, col pallino per le custodie cautelari. «Una legge allucinante la Fini-Giovanardi», ripete Roberta. Aldo disse subbito che lei non c'entrava. Non voleva avere preoccupazioni con quel figlio da crescere e la madre anziana da custodire. I poliziotti dissero che doveva dirlo al giudice, non vollero verbalizzare nulla. Ma Aldo il magistrato non l'avrebbe visto mai. L'ultimo viaggio con Roberta è stato tranquillo. Almeno come può esserlo un trasferimento a Capanne, il carcere perugino, reso famoso dalle cronache sull'omicidio della studentessa statunitense Meredith. Di Bianzino, al contrario, s'è parlato quasi nulla. Il carcere è un mondo a parte. E Perugia è la città delle 27 logge massoniche e la città del caso Narducci. Costui era un medico e professore universitario perugino, figlio di un noto massone, morto annegato a trentasei anni nel 1985, a poche settimane dall'ultimo degli omicidi del mostro di Firenze. Il corpo fu ritrovato sull'Isola Polvese, gioiello naturalistico del grande lago umbro. Ci sarebbe l'ombra della massoneria dietro la presunta sostituzione del suo cadavere così da depistare le indagini sulla sua morte.
Ma questa è un'altra storia, ci sono già abbastanza misteri nel caso Bianzino.
L'ultimo messaggio da Aldo vivo, Roberta lo riceve dall'avvocato d'ufficio che, in galera, vede prima Aldo e poi la sua compagna. Erano le 14 del sabato. Stava bene, la rassicurava. Fino ad allora Roberta, mai stata dietro le sbarre, come pure Aldo, credeva di vivere in un film con la Magnani, con una «ragazzetta tossica» che le consiglia di non voltarsi indietro quando esce, «sennò ci ritorni». Il dubbio è tutt'altro che peregrino, le accuse che pendevano sul capo di Aldo, sono intatte e le gravano addosso. Si sente ricattabile e forse è davvero ricattabile: la fine delle accuse in cambio dell'accettazione di una versione soft sulla morte di Aldo? Qualcuno glielo potrebbe far balenare. Roberta, però, non accetterebbe un baratto di questo tipo. Come non l'accettano i genitori, il fratello e gli altri figli di Aldo, i fratelli di Rudra, Aruna e Elia, nati dal matrimonio con Gioia. Sul caso è attivo anche un comitato di mediattivisti, "Verità per Bianzino", che ha promosso la manifestazione del 10 novembre a Perugia e sta preparando, tra l'altro, un dossier. Rifondazione s'è schierata a fianco dei familiari e Roberta ha raccontato la propria storia dallo stesso palco su cui avrebbe parlato Franco Giordano.
Alla fine di gennaio è arrivata la richiesta di archiviazione da parte del pm. Dice non ci sarebbe nulla di traumatico nel decesso per aneurisma del falegname mite e incensurato. Tutt'al più un'omissione di soccorso. «Ma ti rendi conto?», esclama Roberta mettendo in fila alcuni dei dubbi sulla morte di Bianzino.
Anzitutto le perizie: la preliminare parlava di evidenti lesioni viscerali, epatiche e cerebrali, di indubbia natura traumatica, smentite dalle successive perizie che si concentrano sull'aneurisma, considerato congenito, e archiviano le lesioni al fegato come derivanti da maldestre manovre rianimatorie e senza relazione coi danni al cervello. Ma qualcosa non quadrerebbe. Perché non ci sono segni esterni, perché non ci sono lesioni allo sterno, se dipende dalla rianimazione? Da quale tipo di stress è stato indotto l'aneurisma? Le domande si affollano nella mente di Roberta. Perché le indagini furono condotte anche dal nucleo investigativo del Dap, la stessa amministrazione che aveva in consegna il suo uomo? Per esempio dallo stesso ispettore che avvertì con modi bruschi Roberta. Anzi, che le chiese se soffriva di cuore: «Lo possiamo ancora salvare - mi disse - ma Aldo era già morto». Erano passate le nove del 14 ottobre. Bianzino, ufficialmente, fu rinvenuto un'ora prima. Si stava costruendo una versione ufficiale? Il dubbio resterebbe intonso se dovesse passare la richiesta di archiviazione. I testimoni, detenuti nello stesso reparto, diranno una cosa alla polizia - che Aldo chiedeva aiuto, che gli risposero «Fatti i cazzi tuoi, aspetta domani» - e la smentiranno agli altri verbalizzanti dell'amministrazione carceraria. Il giorno prima di crepare era andato due volte in infermeria ma verrà annotata - pare - una sola delle visite. E, per più di un'ora, quella mattina, è stato nell'Ufficio comando, dalle 9.40 alle 10.50. «Da chi è stato - si chiede Roberta - e, soprattutto, che si dovevano di'?!». Ci sarebbe una grafia sulle schede di ubicazione di Aldo diversa da quella che ha compilato tutte le altre in quei tre giorni. E una dottoressa è entrata, all'una dell'ultima notte di Aldo, in una cella di quel lato della sezione. Era l'ora in cui Bianzino avrebbe chiesto aiuto. Il pm esclude accessi nella cella di Aldo, la numero 20, ma non è stato individuato un soggetto in mimetica che, per due volte - alle 20.50 e alle 22.32 - è stato ripreso dalle telecamere interne. Le porte della sezione e quella della 20 sono spalancate. Alle 22.46 l'agente gesticola ai colleghi, otto minuti dopo la dottoressa entra nel lato B. «E quello vuole archiviare». Roberta scuote le mani piene di fogli. «Non riesco a non immaginare quello che ha sofferto Aldo».
l'impunità per gli assassini non solo fa sì che lo stato sia un po' meno democratico, ma prima o poi qualcuno deciderà di farsi giustizia da solo. sono fortunati che le famiglie di aldo, di aldro e di tanti altri sono persone pacifiche, piene di dignità, che non vogliono vendetta.
Io sono di Perugia.
Spero che la manifestazione faccia clamore... ma conoscendo i miei polli, non sono ottimista...
gatta susanna
ciao,
cercavo notizie sul aldo ad un anno dal suo assassinio.
ho visto che siamo in tanti a ricordarlo ed è un compito importante, di resistenza.
è stato un piacere trovare questo blog.
la mia "mappa della libertà" si allarga.
senza resa,
a presto,
tommi
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